Condividi l'articolo Il teatro di Peter Brook: Riascoltando alcune interviste, rileggendo le sue parole e rimettendo insieme tutti i pezzi dei ricordi di spettacoli e ...
| January 2012 | ||||||||||
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Riascoltando alcune interviste, rileggendo le sue parole e rimettendo insieme tutti i pezzi dei ricordi di spettacoli e incontri, non posso che continuare a rimanere affascinata da Peter Brook.
Le sue riflessioni sul teatro e sull’arte partono sempre da un’esperienza personale ma sembrano appartenere ad un’atmosfera universale.
Quando nel 1970 Brook fonda il CIRT (Centre International de Recherches Théâtrales) parte dalla convinzione che fare teatro è una scelta di vita; pratica il teatro perché attraverso questo si entra meglio in essa.
Si tratta quindi di una scelta esistenziale che riguarda ogni persona che si dedica all’arte teatrale.
Ogni individuo è un “mondo”: nessuno può entrare nel mondo, nella vita altrui.
Ognuno quindi ha il suo teatro.
L’imitazione, la gelosia, il voler essere come l’altro non producono altro che sterilità.
Si può insegnare solo se attraverso ciò si sta insegnando a sé stessi, si sta cercando sé stessi.
Ecco perché uno dei punti di partenza della ricerca condotta dal regista inglese era quello di “disintellettuallizzarsi”, cercare di allontanarsi da stereotipi e/o modelli per trovare l’essenzialità. Arrivare quindi ad un teatro delle “forme semplici”, in cui ognuno porta il suo mondo.
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Gli attori del CIRT, provenienti da diverse parti del mondo, si sperimentarono così in giro per villaggi africani dove si cercava di creare un terreno comune con degli sconosciuti, con persone totalmente lontane dalla propria cultura. È qui che entra in gioco la “disintellettualizzazione” e la ricerca dell’essenzialità.
“È bene che il teatro sia impuro” perché il teatro è sempre un incontro- non un conflitto- tra le opposizioni che fanno parte della vita. È un mescolare, un convergere di elementi apparentemente paralleli, di opposti: in questo senso impurità. “Il teatro è una piazza pubblica”.
E in tutto questo dove sta la “spettacolarizzazione”, il portare in scena un testo?
Il lavoro di ricerca è lo stesso, sia per un testo contemporaneo che per i classici, e prevede l’ascolto, la sensibilità, l’immaginazione e l’esperienza concreta.
L’importante è non cadere nell’errore di pensare al testo come un padrone.
Un buon testo non ha mai un’unica chiave di lettura ma lascia spazio a sfumature che ogni spettatore può cogliere e far sue.
Il regista non decide il punto di vista dello spettacolo ma svolge un ruolo più sottile, più “magico”: è là per aiutare che qualcosa si compia.
Anche l’attore è uno strumento affinché una certa realtà possa apparire.
“L’attore è come un detector della realtà”.